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Qualcuno non ha più in testa la Lombardia

Maroni si è stufato della Lombardia?
Domanda secca e non banale. Soprattutto perché riguarda chi ha promesso ai suoi elettori di avere in testa solo la regione di cui è stato eletto presidente ormai 4 anni fa.
Da dove nasce il nostro dubbio è presto detto: qualche ora fa il presidente era a Roma per la cosiddetta "trilateral" con gli altri due governatori di centrodestra del Nord, Toti e Zaia, e tra qualche giorno, a quanto pare, sarà a Washington per baciare la pantofola del neo presidente americano Donald Trump. "Lo faccio per promuovere gli interessi della Lombardia", ci potrebbe replicare Bobo loro, ma la sensazione che abbia in testa altro ci pare più che un'ipotesi.
Gli indizi riguardo il disimpegno del presidente dalla Lombardia cominciano a moltiplicarsi.
L'attività legislativa segna il passo.
Il Consiglio regionale attende provvedimenti da discutere. Per lavorare lavora, come ci tiene a precisare il presidente dell'Aula Cattaneo, ma la scarsa vena produttiva dell'esecutivo è sotto gli occhi di tutti. Tanto che martedì scorso è stato addirittura approvato un provvedimento proposto dall'opposizione, evento non poi così comune in una Lombardia che era sempre stata prodiga di iniziative di Giunta che lasciavano ben poco spazio alle proposte consiliari. Potrebbe anche essere una buona notizia per il Consiglio, in grado così di riprendere un po' di iniziativa di fronte allo strapotere della Giunta, ma l'inerzia di Maroni si riflette anche sulla sua maggioranza che si limita a garantire l'ordinaria amministrazione.
L'eccezione della legge contro il bullismo, approvata a larga maggioranza martedì scorso, è una pagina positiva per la Lombardia, ma non può certo essere attribuita all'iniziativa di Maroni. Siamo felici per l'atteggiamento collaborativo dimostrato, almeno in questo caso, dalla maggioranza che, una volta tanto, ha scelto di mettere da parte atteggiamenti ideologici ed identitari. Ma tutto si ferma lì.
Il sostegno alle imprese che ancora stentano a uscire dalla crisi è poco più che un pannicello caldo.
La tanto sbandierata concretezza lombarda rimane sulla carta con grandi dichiarazioni di principio sulla necessità di sostenere il tessuto produttivo lombardo, ma poche iniziative significative per stare davvero al fianco di imprenditori che continuano, per fortuna, a fare da sé. I sogni di zone economiche speciali, di difesa del "made in Lombardy", di moneta complementare per rilanciare la produttività regionale sono destinati a trovare spazio solo e ancora nel futuro programma elettorale di Maroni o di chi per lui, ma ben poco hanno inciso in questi 4 anni sull'economia regionale.
Qualcosa, comunque, è cresciuto in Lombardia e ne avremmo fatto volentieri a meno: si tratta della confusione generata da provvedimenti varati dalla giunta Maroni e rimasti lì, a metà di un guado amministrativo ancora difficile da decifrare. Si potrebbero citare diversi esempi in questo senso, dalla riforma sanitaria ancora largamente incompiuta al consumo di suolo che continua ad avanzare, dalle Aler che faticano a trovare case e stabilità finanziaria a politiche attive sul lavoro che non raggiungo i risultati attesi.
Maroni ripete come un mantra che basterebbe l'autonomia e le relative (tutte da dimostrare) maggiori risorse per la Lombardia per risolvere tutti i problemi, ma la grande incertezza che regna a Palazzo Lombardia fa sospettare che neppure la realizzazione di questi sogni porterebbe la Lombardia fuori dalla secche.
A Roma e da altre parti d'Italia le cose vanno peggio? Può darsi, ma ciò non toglie nulla alle difficoltà della Lombardia che inducono il presidente Maroni a pensare ad altro e a trovare diversivi extra-regionali, forse anche per recuperare un po' di entusiasmo che fatica a respirare negli uffici e nei corridoi di Palazzo Lombardia. Anche perché il primo a doverlo suscitare e sostenere dovrebbe essere proprio lui, ma non pare nelle condizioni di farlo.

Novità Settegiorni # 389 del 27/01/2017