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Ma Maroni vuole davvero l'autonomia?

A quanto pare, il referendum per l'autonomia della Lombardia si terrà il 22 ottobre.
Evidentemente il presidente Maroni non è così convinto di doverla chiedere questa autonomia, se pensa necessario di interpellare nuovamente i lombardi per conoscere il loro parere, non vincolante, su una decisione che avrebbe dovuto già prendere da tempo, se solo fosse stato coerente con il mandato elettorale ricevuto nel 2013.
Molto più convinto dell'opportunità di dare più competenze alla Lombardia pare il Governo che, per bocca dell'autorevole ministro Maurizio Martina, ha ribadito nelle scorse ore di essere pronto ad aprire il confronto su questo tema.
Ma Maroni non ci sta e si ostina voler celebrare un referendum che costerà ai lombardi, a quanto si evince dal bilancio regionale, 46 milioni di euro.
Ad ottobre saremo agli sgoccioli della legislatura e l'eventuale mandato popolare al presidente Maroni avrebbe più il sapore dell'inizio della campagna elettorale che di un vero e proprio avvio di un percorso istituzionale. Anche perché, dopo il referendum, sarà il Consiglio regionale a doversi esprimere per dare il via libera ufficiale alla richiesta di attivazione della procedura prevista dall'articolo 116 ter della Costituzionale.
Tutti invocano semplificazione, risparmi e rapidità nelle decisioni: in questo caso Maroni ha letteralmente perso due anni e mezzo, è pronto a spendere un bel gruzzolo di milioni e a complicare ulteriormente un iter decisionale che avrebbe potuto essere molto semplice e lineare.
Ce n'è abbastanza per dire con forza che siamo di fronte a una vera e propria pantomima propagandistica.
L'inizio della procedura per ottenere maggiore autonomia poteva essere votato il 17 febbraio 2015 e quest'ora i cittadini lombardi avrebbero già potuto valutare gli effetti delle maggiori competenze regionali. Maroni ha preferito fare altrimenti e ci troviamo ora nelle condizioni di dover chiedere ai cittadini se procedere o no alla richiesta di autonomia.
Evidentemente a Maroni non interessa un granché l'autonomia e pare ormai avere raggiunto l'obiettivo che si era prefisso, ovvero l'utilizzo del referendum come cortina fumogena per coprire l'inconcludenza della propria amministrazione e per provare a guadagnarsi altri 5 anni di governo in Lombardia.
A proposito di maggioranza, lo spettacolo cui stiamo assistendo in questi giorni ha del surreale.
Due consiglieri cambiano casacca e abbandonano Lombardia Popolare per sistemarsi sui banchi di Forza Italia: forse, annusando aria di elezioni, hanno ritenuto più sicuro aggrapparsi a un partito che ha maggiori garanzie di finire in doppia cifra.
Ma quel che lascia ancora più perplessi è la vera e propria lotta intestina cui abbiamo assistito nell'ultima seduta di Consiglio: tra mancati accordi sulle nomine (a partire da quella del Difensore civico regionale) e scambi di pesanti accuse su un'apparentemente innocua mozione che riguardava l'ospedale di Abbiategrasso ci siamo trovati di fronte a una sorta di regolamento di conti in Forza Italia. Al punto che altri esponenti di maggioranza hanno esplicitamente invocato la fine delle ostilità.
Forse l'unico modo che ha Maroni per tenere unita la sua maggioranza è proprio il referendum.
Alla faccia dei lombardi e delle loro tasche.
Il nostro pensiero va però in questi giorni al nostro collega Mario Barboni. La mattina del Venerdì santo il cuore gli ha fatto un brutto scherzo. La presenza di un defibrillatore e di un medico che ha subito capito la situazione ha evitato guai peggiori. Mario non si è mai risparmiato o tirato indietro, in ogni cosa che fa, dalla tavola alla politica. Ora ha di fronte un periodo di necessario riposo per poter poi riprendere la normale attività con rinnovato entusiasmo. Caro Mario, ti aspettiamo e, come avrai capito, non ti stai perdendo un granché.



Novità Settegiorni # 401 del 21/04/2017