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Alla deriva

"Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova" scriveva la regina del giallo Agatha Christie. La saggezza popolare dice che di indizi potrebbero bastarne anche due. Fermo restando che chi quegli indizi ha seminato sarà sempre pronto a negarne la rilevanza, anche di fronte alla più palese delle evidenze.
Quelle che abbiamo appena evocato sono alcune delle regole fondamentali di un buon giallo che ha il compito di tenere i lettori sulle spine fino all'ultima pagina. Non sempre, però, questo accade e, in molti casi, soprattutto se l'autore non è la Christie, il racconto si trascina stanco fino allo scontato epilogo.
Potrebbe essere proprio questo il caso della X legislatura regionale lombarda, che da l'impressione di avviarsi a una fine, non sappiamo se naturale, di certo non in crescendo.
Gli ultimi mesi di un mandato dovrebbero essere quelli in cui si porta a compimento il lavoro fatto negli anni precedenti. In Lombardia oggi abbiamo invece l'impressione che Maroni cerchi solo di tenere assieme i cocci della sua maggioranza e di trovare un modo brillante per riproporsi agli elettori senza doversi scusare per i risultati non raggiunti.
Torniamo però agli indizi.
Lunedì scorso il presidente ha presentato, firmandoli di suo pugno, due emendamenti alla Legge di Semplificazione, che sarebbe stata discussa il giorno successivo in commissione. Il contenuto non poteva passare inosservato, visto che riguardava la possibilità di celebrare il referendum per l'autonomia anche in caso di scioglimento anticipato della legislatura e la modifica della legge elettorale regionale in osservanza della norma nazionale sulla doppia preferenza di genere. Come dire: mettiamo a posto le cose per poter votare il prima possibile e non precluderci la possibilità di utilizzare il referendum per fare campagna elettorale, magari accorpandolo alle elezioni regionali.
Il terzo indizio richiesto dalla grande Agatha è presto rintracciato: la programmazione dei lavori del Consiglio non prevede alcun provvedimento di rilievo, solo un'ordinaria amministrazione che tenta di rispondere a qualche richiesta territoriale, ma da l'impressione di essere di fronte a una Giunta che ha letteralmente tirato i remi in barca.
Può ben affrettarsi, allora, il buon Maroni a smentire qualsiasi intenzione di andare ad elezioni anticipate, fatta salva l'ipotesi di accorparle a quelle nazionali se si dovessero celebrare in autunno. La credibilità di questa sua affermazione fa il paio con il motivo che lo spingerebbe all'accorpamento: "perché la scorsa volta mi ha portato bene".
La sostanza è ben diversa.
Sul fronte politico, Maroni non potrebbe permettersi di votare dopo un'eventuale rottura dei rapporti tra Lega e Forza Italia a livello nazionale: il suo centro-destra modello lombardo ne uscirebbe frantumato.
Sul fronte personale, il presidente rischia di rosolare a fuoco lento sulla graticola di un processo che sarà bagatellare fin che volete, ma rischia di esporlo a una condanna che non sarebbe certo un buon viatico per la sua ricandidatura. I legittimi impedimenti, prima suoi e poi del suo avvocato, che stanno trascinando il procedimento il più avanti possibile non si spiegano in altro modo.
In tutta questa vicenda emerge in modo evidente anche la strumentalità dell'ormai mitico referendum sull'autonomia che diventerà l'unica vera idea forte della campagna elettorale di Maroni ricandidato alla guida della regione. I 46 milioni di euro che costerà ai cittadini lombardi tra procedure di voto e macchinari per sperimentare il voto elettronico si trasformeranno così in una sorta di finanziamento pubblico alla campagna elettorale per la riconferma dell'attuale presidente.
Il problema, a questo punto, non è quando votare, ma è l'evidente strumentalizzazione dell'istituzione regionale per fini di parte, anche se c'è ancora chi, da anima bella, sostiene che il referendum è una grande occasione per dare voce ai cittadini e, per questo, va svolto in ogni condizione possibile.
L'unico modo per dare realmente voce ai cittadini ci pare, a questo punto, quello di andare ad elezioni il prima possibile per porre termine a una legislatura che, per tornare alla Christie e prendere a prestito il titolo di un suo romanzo, è "Alla deriva".

Novità Settegiorni # 403 del 05/05/2017