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Le insidie della terra di mezzo

L'inchiesta sulla cupola romana dà un nuovo duro colpo alla credibilità delle istituzioni. E c'è la tentazione di dire che, ormai, tutti sono uguali e che non c'è più nulla da salvare.
"Ormai si è impadronita di tutti una consapevolezza: senza brigare non si va da nessuna parte. Senza forzature non succede niente, non cambia niente. (…) Tutti dobbiamo compromettere una parte del nostro lavoro, della nostra integrità, per ottenere qualcosa". Sono parole con cui Roberto Saviano commenta su "Repubblica" l'inchiesta romana, una logica che fa comodo ascrivere alla sola politica ma che in fondo riguarda tutti noi. E continua Saviano: "in questo Paese che non è capace di difendere il talento e l'impegno, dove tutti odiano tutti, dove tutti detestano chi ce la fa, in questo Paese tra il mondo dei vivi che sta sopra e il mondo dei morti che sta sotto, in mezzo ci siamo noi. In mezzo c'è l'intero Paese che non riesce a reagire".
Parole amare, che danno il senso profondo di una crisi che attanaglia tutti noi e di cui la politica rischia di essere una manifestazione evidente quanto inquietante. Il rancore, la furbizia, il gioco delle parti e il cinismo paiono essere le uniche armi a disposizione di chi vuole occuparsi oggi di politica. Gettare fango sugli altri e sottolineare come, ormai, nessuno si salvi, trovare sempre e comunque un nemico contro cui scagliarsi o qualcuno a cui scaricare il barile pare essere diventata l'unica strategia di una politica che non ha alcuna visione di futuro, ma si aggrappa alla difesa di convenienze personali o locali che finiscono per essere l'unica prospettiva che guida l'azione amministrativa. Lì si apre lo spazio per tutti coloro che navigano nella "terra di mezzo" che, non a caso, è stato il nome che la Procura della Repubblica di Roma ha scelto per l'indagine che sta ribattezzando la capitale come la città della cupola anziché del Cupolone.
La politica non si fa problemi a sguazzare nella terra di mezzo, una terra fangosa e nebbiosa, dove scompaiono le idee e dominano le trattative e i reciproci vantaggi. Ed è la stessa politica che poi si mette il vestito buono o la maglietta con la scritta giusta per scandire o urlare parole di intransigenza e denuncia contro tutto e tutti. Con la brutta sensazione che i problemi non si vogliano risolvere, perché sono la benzina che serve tenere sempre pronta per alimentare il fuoco devastante della protesta e del rancore che ormai avvolge un po' tutti e garantisce uno scontro politico che si nutre di proclami e grandi battaglie, ma lascia indisturbata e oscura la terra di mezzo.
Nelle definizioni degli studiosi dei fenomeni sociali l'espressione terra di mezzo è stata storicamente utilizzata anche per raccontare i corpi intermedi, la società civile, la libera iniziativa associata dei cittadini.
Siamo di fronte a una pericolosa sovrapposizione concettuale e lessicale che dice però molto dei rischi che stiamo correndo: c'è una terra di mezzo che fa affari e una terra di mezzo che pensa e produce idee. Il rischio è che la politica abbia da troppo tempo scelto di dare ascolto solo alla prima.
Valerio Onida, nella sua prolusione per l'inaugurazione dell'anno accademico della Statale di Milano, ha detto con grande chiarezza che, se mancano le idee e la cultura, i partiti diventano vuoti involucri per affari e interessi e trascinano con sé le istituzioni. Durante la stessa cerimonia, don Ciotti, che ha ricevuto la laurea honoris causa assieme a don Colmegna e don Rigoldi, ricordava come l'unica strada che può portarci fuori dall'ombra delle mafie è il risveglio delle coscienze.
Una bella provocazione per tutti. Perché la terra di mezzo nebbiosa e fangosa non abita solo a Roma, avvolge anche la Lombardia e si ammanta di proclami, scomuniche reciproche e affermazioni di principio che nascondono la voglia di non cambiare nulla e di continuare a dire che le responsabilità sono sempre e solo degli altri.

Novità Settegiorni # 294 del 05/12/2014