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Un reddito di confusione più che di cittadinanza

Oltre due miliardi e 100 milioni di fondi strutturali europei arriveranno in Lombardia nei prossimi sei anni. Un fiume di soldi che andrebbe indirizzato al meglio per creare sviluppo, consolidare infrastrutture innovative e intervenire sull'inclusione sociale. La Lombardia è la regione italiana più rigorosa nello spendere questi quattrini, tanto che nella programmazione che si è chiusa nel 2014 potrebbe arrivare vicina al 100% della spesa. Diversa, purtroppo, la situazione di altre regioni italiane. La Commissione Europea ha introdotto diverse novità nella programmazione 2014-2020, come l'attenzione particolare per le città metropolitane e le aree interne meno sviluppate, la sottolineatura della necessità di incidere a fondo sull'abbandono scolastico e la raccomandazione di operare secondo criteri di grande condivisione e coinvolgimento delle diverse rappresentanze sociali nel programmare gli interventi.
Martedì scorso la giunta regionale ha presentato ufficialmente il POR (Programma Operativo Regionale), strumento attraverso il quale Regione Lombardia spenderà i tanti quattrini europei a disposizione. Avrebbe potuto essere l'occasione per delineare strategie ed esplicitare una visione per la nostra regione da qui al 2020, anni in cui questi fondi vanno utilizzati. E' stata una semplice elencazione, molto tecnica, degli ambiti in cui potranno essere spesi i soldi, in rigorosa e puntuale osservanza delle indicazioni date da Bruxelles. Operazione necessaria, s'intende, e apprezzata dal rappresentante della DG europea per gli affari regionali, presente all'incontro; operazione non sufficiente però a delineare le modalità con cui la Lombardia vuole affrontare i prossimi anni. Utilizzare i soldi a disposizione è doveroso, ma dovrebbe essere anche chiarito lo scenario all'interno del quale ci si intende muovere. La scelta fatta dalla giunta pare essere invece improntata unicamente al controllo dei flussi di cassa e al finanziamento di attività e programmi che fanno parte dell'ordinarietà della gestione regionale.
Unica eccezione e, non a caso, unica affermazione che ha fatto notizia, l'annuncio del presidente Maroni di voler sperimentare il Reddito minimo di cittadinanza. Trovata efficace dal punto di vista comunicativo, visto che il governatore ha conquistato per un paio di giorni un po' della ribalta mediatica che non riesce quasi mai ad occupare. Grande punto interrogativo, però, dal punto di vista della consistenza pratica dell'eventuale misura. Tanto è comunque bastato per scatenare un dibattito tra forze politiche che, tentando di interpretare l'estemporaneo annuncio di Maroni, hanno voluto intestarsi la faccenda, vedi 5 Stelle, o tenersene lontani, si legga Salvini e la Lega, perché ritenuta (forse) troppo buonista per la ringhiosa fase che il Carroccio sta attraversando. Solo tanta confusione, dunque, senza la minima idea concreta di come potrebbe configurarsi una misura che rischia, al momento, di essere generica e astratta. E' bene ragionare su politiche contro la povertà, vera e propria piaga crescente del nostro tempo, anche in Lombardia, bisogna però farlo con il rigore che meritano tutti coloro che sono in difficoltà e che la politica degli annunci rischia solo di umiliare ancora di più.
Esistono misure organiche e massive contro la povertà nella maggior parte dei paesi europei, così come studi e sperimentazioni messe in atto anche in altre zone d'Italia. Si parta da lì e non ci si limiti ad annunci suggestivi, ma ancora troppo generici. E si coinvolgano le realtà sociali che sul fronte della povertà sono in prima linea (spesso da sole) da anni, le stesse che avrebbero dovuto essere parte (almeno secondo le indicazioni della Commissione) della costruzione della programmazione europea 2014-2020. Maroni si è, per il momento, mosso in solitudine sia sulla programmazione sia nell'annuncio del reddito minimo, su quest'ultimo fronte, a quanto pare, senza neppure consultare i suoi compagni di partito. Speriamo che questa logica solitaria venga presto abbandonata per provare a delineare strategie condivise. Lo chiede l'Europa e lo pretende il buon senso, cui, seppure a fasi alterne, paiono così affezionati gli esponenti di questa maggioranza regionale.


P.S. Chiara Saraceno su "La Repubblica" ricorda come Maroni, da ministro, affossò la sperimentazione del Reddito minimo di inserimento. Le conversioni sono sempre bene accette, non vorremmo però siano solo frutto della necessità di un po' di visibilità o di strizzatine d'occhio a movimenti politici e sociali che fa comodo poter utilizzare, o almeno non averli ostili, per sostenere qualche battaglia più o meno populista.

Novità Settegiorni # 315 del 15/05/2015