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Se la vita è tutta una partita

I teorici di strategia politica insegnano che avere un nemico è uno dei punti fondamentali per poter rafforzare la propria identità e costruire la propria proposta. E' anche il modo più efficace per tentare di passare oltre le fragilità delle proprie posizioni e garantirsi un consenso basato sulla difesa delle proprie posizioni, anche se spesso povero di proposte e di idee.
Maroni pare applicare alla lettera queste indicazioni: non passa giorno che non individui un nemico della Lombardia per poter lanciare strali e assicurare ai lombardi di prendere le loro parti contro chi vorrebbe negare i loro diritti e, prima ancora, la loro purezza identitaria.
Il dibattito politico si trasforma così in una sorta di perenne sfida tra chi difende i colori della Lombardia e il resto del mondo, che vorrebbe insidiare il primato in classifica della migliore tra le regioni italiane ed europee.
La metafora calcistica non è casuale, visto che Maroni ama parlare del "suo" Milan (nonostante le disgrazie sportive delle ultime stagioni) e non lesina dichiarazioni ispirate al cosiddetto gioco più bello del mondo. Lo conferma la vicenda della legge sulla costruzione di nuovi luoghi di culto in Lombardia, bocciata dalla Consulta, ma salvata dal governatore facendo appello a un presunto 6 a 2 a favore della regione in un'immaginaria partita a calcio con il Governo arbitrata dalla Corte Costituzionale.
Affermazioni efficaci dal punto di vista mediatico, ma del tutto balzane dal punto di vista giuridico e costituzionale. Il rispetto della legge fondamentale dello Stato non è una questione che può risolversi evocando 22 uomini che corrono in mutandoni dietro a un pallone. Se viene violata una norma base dello Stato, per di più relativa alla libertà di culto e di espressione religiosa, un'istituzione che si rispetti non può far finta di nulla e affermare di avere vinto la partita, dovrebbe piuttosto fare mea culpa e prendere atto di aver compiuto un grosso passo falso nella tutela dei diritti dei propri cittadini.
Maroni preferisce invece fare spallucce e rivendicare come una vittoria il fatto di poter porre degli ostacoli di carattere urbanistico per impedire ai musulmani di avere luoghi di culto regolari in Lombardia.
Tutto questo in nome della tutela di una presunta sicurezza che, secondo il governatore, passerebbe dalla conservazione dello status quo, ovvero del fatto che i cittadini di fede islamica debbano arrangiarsi a pregare in modo più o meno clandestino in luoghi che rimarranno poco controllabili e ancor meno gestibili. Bel risultato davvero. Ma l'obbiettivo della legge è stato chiaro fin da principio: non risolvere un problema, ma bloccare ogni tentativo di gestione dello stesso da parte dei comuni lombardi, Milano in primis. Una bella iniziativa per la campagna elettorale. Al pari della richiesta di un'indagine conoscitiva del Consiglio regionale su Expo per accendere i fari su quanto fatto dall'ex commissario unico Beppe Sala.
Siamo di fronte ad un uso strumentale delle istituzioni.
Il problema di Maroni dovrebbe essere quello di tutelare tutti i cittadini lombardi e non di escogitare ogni possibile stratagemma per rafforzare il consenso della propria parte politica.
Ma forse chiediamo troppo a un presidente che ormai ha un unico obiettivo: durare il più possibile nella speranza di poter rimanere alla guida della Lombardia fino al 2018.
Francamente siamo un po' stufi di dover assistere a questa perenne partita che contrappone la Lombardia al resto del mondo e, in particolare, al governo romano. Con il rischio di giocare sempre e solo su un terreno amico che è lontano dalle competizioni che contano e l'illusione di vincere singole partite. Si finisce così però per non vedere la dura realtà che relega la Lombardia lontano dalle posizioni che contano della classifica. Nel calcio come nella politica.

Novità Settegiorni # 355 del 01/04/2016